venerdì 5 ottobre 2012

Racconto steampunk "Il Tectomante" e... ma che fine hai fatto Daniel?

Ciao ragazze e ragazzi!
Ogni tanto mi faccio vivo per farvi sapere che non sono stato ancora sepolto dentro una bara a due metri da terra ma bensì sono vivo e vegeto (per ora). Lavoro come non ho mai fatto prima d'ora (anche se avrei preferito fare qualcosa di più gratificante dell'operaio per pagarmi gli studi, ma vabbè, questo offre la casa e io di certo non mi metterò a sputare sul piatto), mentre l'editing faidatè del mio romanzo procede a rilento. In quest'occasione particolare  approfitto per postare il racconto con cui pateciperò al concorso indetto da Yvaine e Mirial dei corrispettivi blogs Il Pozzo dei Sussurri e Sogni di una notte di Luna piena. Il mio masochiso mi ha imposto di scrivere un racconto Steampunk forse non troppo femminile (e già un punto a mio sfavore perchè sono l'unico maschietto del contest, ma come potevo non far valere la mia categoria? XD) e d'ispirazione fortemente mievilliana, come d'altronde si noterà dall'ambientazione e dai personaggi che potrei definire quasi fuori di testa. Non so se vi piacerà come è piaciuto a me scriverlo, ma forse agli appassionati del genere non dispiacerà darci un'occhiatina e magari darmi una loro graditissima opinione a riguardo.
Ah, inoltre segnalo a chi non l'avesse già letto spulciando per il sito Fantasy Magazine il racconto breve I Mercenari (da non confondere con quelli del film recentemente uscito nelle sale), di Roberto Guarnieri. L'ho trovato originale e scritto bene come pochi altri. Consiglio di leggerlo se siete amanti della low, anche perchè è corto e scorre veloce. E' veramente una bella sopresa sapere che in Italia ci sono autori in grado di scrivere dei buoni low fantasy, genere scarsamente valutato dai lettori nostrani, purtroppo. Il collegamento lo trovate cliccando sul titolo del racconto.
Ma ora passiamo al mio, di racconto e... vi auguro una buona lettura!





IL TECTOMANTE

Le vie del borgo brulicavano di gente. Chissà quanti in passato avevano calpestato la strada lastricata, e chissà quante cose avrebbero potuto raccontare quelle pietre se solo avessero avuto il dono della parola….



Picchio mi saltellò di fianco come una trottola. Anche attraverso la calca, sapevo di non correre il rischio di perderlo da qualche parte. Mi stava sempre appiccicato -alle volte anche troppo- come un leccalecca sull’avida lingua di un fanciullo.


Ad un punto della strada, appena avemmo svoltato al crocicchio di Santa Margherita, il mio fedele aiutante Picchio, dal basso dei suoi quaranta centimetri, alzò il braccio punteggiato di pustole ed indicò il cielo. «Bolle!»
«Non sono bolle» gli spiegai. Bisognava avere sempre una certa dose di pazienza quando si discuteva con un Boggart. «Si tratta di palloni aerostatici. Non mi vorrai dire di non averne mai visto uno.»
Scosse il capo, squadrandomi come se gli avessi rivelato che sua madre era un centauro.
«Ah, be', dopotutto c’è sempre tempo per imparare cose nuove, dico bene? Nella tana dove sei cresciuto presumo non esistessero libri. Quelli da leggere, non da mangiare, intendo.»
Il Boggart emise un grugnito che palesò la sua offesa e si voltò dall’altra parte. Non mi avrebbe rivolto la parola per almeno mezz’ora. "Poco male. Almeno ora avrò il tempo per concentrarmi come si deve".Avanzammo per circa un quarto di lega, prima di incontrare la prima scossa. Fu talmente potente che per poco rovinai a terra inciampando nel mio mantello nero. «Questa sì che è bella potente!» esclamai in una sorta di euforia. La persone che era ancora dentro alle abitazioni uscirono di corsa nelle strade con gli sguardi impauriti e la tremarella nelle gambe. Gli ignorai e tirai avanti, fino ad incontrare una grande piazza ottagonale piena zeppa di grosse tende dai colori variopinti e dalle forme simili a cuspidi. Dedussi si trattasse della tendopoli dei placchemotati, e che la piazza fosse niente popò dimeno che Sornion Square, eretta sulle rovine di Old Shem.  
Relitti di uomini brancolavano attorno a noi, mentre avanzamo verso il centro della piazza. Picchio li osservava con tristezza, forse provava pena per loro. I bambini giocavano a calcio utilizzando come pallone un frammento di materiale sintetico, e come porte due barattoli vuoti. Li evitammo facendo il giro largo. Gli sfasciati edifici devastati dal placcamoto creavano davanti a noi quello che sembrava proprio essere il cupo orizzonte di uno scenario post apocalittico. «L’odore è forte» palesai, tappandomi le narici. «Sembra che la frattura sia prossima.» Bastò che seguissimo la nube di vapore che gravava a poca distanza dalla nostra posizione, ed in breve raggiungemmo il sito del cedimento. Ovviamente il lastricato in rovina era cosparso di macerie. Una frotta di Orologiai era già in posizione sul ciglio della voragine, alcuni attendevano di assicurare i rampini per calarsi di sotto, altri presidiavano la zona come se fossero nel loro territorio, cosa che non era assolutamente. Tre di essi si mossero nella nostra direzione, un frastuono di pistoni e sbuffi di vapore a ogni misurato passo. Quando mi furono davanti, il più basso dei tre si chinò per guardarmi in faccia. «La notte è sempre più buia subito prima dell’alba, nevvero Dean? Sei sempre qui a metterci i bastoni fra le ruote» mi disse l’uomo a bordo della Meccanmoto, una sorta di macchina simpatetica che permetteva ai diversamente abili di muoversi come cavernicoli alle prime esperienze motorie. Erano quelli della “Fine è vicina” dedussi, sporchi insurrezionalisti che blandivano l’idea che il mondo, o meglio ciò che ne rimaneva, sarebbe esploso sotto un manto di raggi fotonici radioattivi che avrebbero spazzato l’intera umanità entro la fine dell’anno venturo. Essi, a sostegno della loro teoria, facevano di tutto per sabotare i tentativi del governo e delle corporazioni a esso affiliate di mantenere la pace nella città, esattamente come stava accadendo in quel caso. "Sono solo palloni gonfiati vestiti da vecchie stufe", fu il mio personalissimo pensiero.
Un grosso Orologiaio mi alitò in bocca del vapore che sapeva di carbone bruciato. Era più grosso di tutti, di altezza superiore ai due metri e mezzo. «Dean? Ma io ti conoscono, sei quello che ha messo la toppa sulla Supernova Street.»
«Mastro Dean» lo corressi. «E, giusto per informazione, quella non ho messo una toppa, ho semplicemente riallineato le lingue di placca com’erano prima che il Behemoth cominciasse a fare la muta e le smuovesse dividendole in due come un melone.»
«“Placcamoto”. È così che lo chiamate voi Tectologi?»
«Tectomanti. Comunque sia, lo chiamiamo proprio così, messer Rottame.»
L’uomo fece spallucce, incurante dell’offesa.«Scenderemo prima a vedere se è vero quello che dici, se il bestione che ingroppa la città sta davvero per fare la muta, allora significa che la crepa porta direttamente sulla sua lurida pellaccia.» 
Ovviamente di riferiva al tessuto cutaneo e sottocutaneo che rivestiva i circuiti biosintetici dell’enorme creatura meccanomorfa che tutti conoscevano come il destriero di New Shem, il mostro dalla biblica reminiscenza sulla cui groppa sorgeva per l’appunto la città. Era incredibile pensare che quel groviglioso ammasso di ferro, carne e sangue sorreggesse e proteggesse la metropoli dai gas postatomici lasciati come ricordo dalla Quarta Guerra Mondiale all’intera superficie terracquea del pianeta Terra.
«Potremo trapanarlo come si deve,» continuò l’Orologiaio «e allora sì che giungerebbe finalmente il Giorno del Giudizio!»
«Certo, se non fosse per alcune “sottigliezze”» spiegai indicando l’oscurità a pochi metri dai miei piedi. «Lì sotto brucia una fornace artificiale di quarantamila gradi celsius. Dubito che qualcuno di voi riuscirebbe a toccarne il fondo mantenendo il proprio corpo in una forma anche solo vagamente solida. Perdonate se vi reco spiacevoli notizie, ma tutti sanno che la “pellaccia”, come la chiamate voi, del nostro titanico amico è intoccabile da qualsiasi uomo… o macchina.»
«Abbastanza torrido, la sotto, ah sì» s’interpose Picchio, grugnendo e saltellando come un demente.
«Oserei dire infernale, se premettete» rincarai la dose. «D'altronde i circuiti crioammortizzanti hanno bisogno di avere vicino una costante fonte di calore per poter viaggiare alla massima potenza. Altrimenti, be’ potete immaginarlo, surgeleremo tutti all’istante come le buste dei minestroni preconfezionati. Behemoth compreso.»
Gli Orologiai, i volti colmi di contrarietà, si disposero in modo tale da formare un muro davanti a noi, una barriera di sgangherati apparati tubolari, leve e trapezi metallici da cui spifferavano getti di vapore maleolente. Mi alzai in punta di piedi e lanciai una rapida occhiata tra i varchi delle loro tenute. La voragine, enorme, vomitava effluvi violacei e che intorbidivano l’aria. Non potevo permettere che inquinasse la piazza, altrimenti gli uomini e le donne che l’abitavano sarebbero stati costretti a traslocare in chissà quale altro buco fetido della città. Feci un cenno a Picchio, e mossi le dita per formare dei segni magici. La pietra sotto ai piedi degli Orologiai, come da comando, sobbalzò, sollevandosi tra crepe neonate e sporgenze ribelli. L’impressione era che un geyser se ne stesse per uscire dalla terra da un momento all’altro. Gli uomini persero d’equilibrio e si ribaltarono, sbattendo la schiena a terra tra frotte di scintille e imprecazioni. «A nanna, ragazzi.» Sapevo che, una volta inchiodati al pavimento, le Meccanmoto si comportavano come le tartarughe, incapaci di rialzarsi senza un aiuto estraneo. Gli altri Orologiai, quelli che pattugliavano la zona, mi guardavano esterrefatti, ora incerti se sbarrarmi il passo o lasciarmi fare il mio (sottopagato) lavoro. Approfittando del loro stato confusionale, mi avvicinai alla voragine. Sull’orlo, lanciai lo sguardo sotto di me, e notai che la fossa scendeva fino a perdersi nell’ombra. I serpentari avevano nidificato nei solchi e nelle scanalature che tappezzavano le pareti dell’enorme buco sottoplaccaneo, una massa mobile di uccelli rumorosi e affamati.
Sospirai, e rivolsi un’occhiata eloquente a Picchio. Con gli occhi eternamente al di fuori delle orbite, il mio aiutante annuì. Prese dalla sua saccoccia alcune strumentazioni di misurazione, tra cui un metro spettrale che sibilava emettendo onde sonore a bassa frequenza.«Ci aspetta un bel lavoretto» dichiarai. «Dovremmo sbrigarci però, voglio finire prima dell’ora di cena.»
I veivoli sfrecciavano nel cielo terso, mentre ci rimboccavamo le maniche. Perché noi, della corporazione dei Tectomanti, salvatori poco apprezzati della città, sgobbavamo anche di domenica.


domenica 16 settembre 2012

Antropologia nell’arte ed ermenautica: un breve riassunto

Tratto questo argomento con il solo scopo di poterne discernere qualche spunto per la mia saga di romanzi, Eternità Infranta.
Data la complessità dell'argomento, che non intendo spiegare in modo troppo chiaro, trattandosi di concetti filosofici, mi esprimerò con dei termini molto semplici (sotto alcuni punti di vista triviali, per chi conosce approfonditamente la questione) cercando però di non distorcere il significato che ho inteso io quando ho dovuto relazionarmi a questa disciplina durante i miei studi universitari.
Inizio con un glossario delle parole che ho trovato più difficili.

ERMENEUTICA- metodologia dell'interpretazione. Si occupa di fornire delle regole per l'interpretazione delle manifestazioni del sacro, quali possono essere le scritture antiche e le opere d'arte. 
 ONTOLOGIA- filosofia che studia l’essere in quanto tale. Si parla soprattutto della relazione tra l’io e il mondo, che spesso vengono definiti corrispettivamente “soggetto” e “oggetto”
 ESISTENZIALISMO- indirizzo di un pensiero filosofico che discute sulla condizione dell’uomo nel mondo. L’uomo viene in questo considerato un singolo, nella sua accezione interiore e non comunitaria (l’IO). Si parla del senso dell’esistenza dell’uomo.
ARTE e SACRO sono termini non definibili perché altrimenti desacralizzati.
NICHILISMO- nientificazione di tutti i valori dell'uomo.
Il valore più assoluto è la LIBERTA’ della PERSONA.

TAUTOLOGIA- discorso filosofico rindondante. Significa ripetere spesso gli stessi concetti logici.

Il concetto di LIBERTA’
Sintesi ermeneutica de “ONTOLOGIA DELLA LIBERTA’” di Luigi Pareyson

I) Per Pareyson l’uomo non può che considerare il suo “essere” nel mondo un’idea inogettivabile, perciò ovviamente soggettiva, cioè penetrabile solo dal singolo. La verità è dunque una per ogni individuo, ma personale. Essa è radicata nel suo essere, si dice che è in “rapporto” con esso.
Da questa idea, per Pareyson la filosofia, cioè lo studio dell’essere, non può che essere un pensiero ermeneutico, soggettivo. Attraverso il pensiero, tutti noi ci facciamo “interpreti” della realtà, tutto ha un significato personale. Niente può esserci imposto, ma tutto si basa sul concetto che non esiste alcun fondamento “assoluto”. Perciò ecco il concetto di libertà. Libertà è quando abbiamo la possibilità di interpretare la realtà attraverso di noi, e non attraverso delle regole che ci sono state imposte dalla società, dalla comunità, o più semplicemente, dagli “altri”.
II) La filosofia dunque non può dare risposte a meno che queste non si relazionino al singolo caso. La verità dell’essere è inoggettivabile, sempre. Il pensiero è il nostro organo di penetrazione, ed è sempre interpretativo, quando interpretazione (termine che potrebbe essere considerato per certi aspetti “limitativo”) è da considerarsi una vera e propria prospettiva personale, del singolo.
 Il pensiero umano ha comunque dei limiti, ci dice Pareyson, perché esso non è mai del tutto compiuto e perfettamente completo. Perché il pensiero, come noi del resto, si evolve continuamente; esso non è mai statico, bensì in costante movimento. Inoltre, la verità deve essere penetrata attraverso dei criteri che direzionino la ragione della persona che indaga.
Il discorso filosofico non parla più dell’Essere, ma del rapporto tra uomo e essere. La filosofia si allontana dalla razionalizzazione e dal canonicismo e si orienta verso un discorso sull'esistenza (ma interpretativo).
Ma qual è l’ambiente in cui la verità si manifesta all’essere in maniera più marcata? Ovviamente è il luogo del mito. Mito inteso come sfera di più discipline, quali sono la religione (in primis), l’arte e la poesia. Solo attraverso questa definizione di “mito” l’uomo può trarre i diversi significati dell’esistenza.
La filosofia non è in grado di approfondire l’idea della libertà dell’uomo perché non sa fornire la risposta al quesito sul rapporto tra libertà e necessità.
La NECESSITA’, secondo il filosofo russo Berdjaev (Il Senso della Creazione) è la libertà dell’inimicizia e della divisione, la libertà del caos e dell’anarchia. La LIBERTA’ AUTENTICA invece è espressione di uno stato cosmico (in contrapposizione a quello caotico) dell’universo, della sua armonia gerarchica e dell’unità interiore di tutte le sue parti. Dio ci ha creati permettendoci di poter combattere la libertà della necessità: è questa la nostra grande libertà. La libertà matura (sempre secondo Berdjaev) è la libertà che sa darsi un contenuto, presuppone la crescita e lo sviluppo dell’uomo interiore, la sua unione organica con gli altri uomini e con il cosmo. Essa ha un contenuto cosmico, è tutta tesa alla realizzazione degli scopi dell’universo, e in questo senso si oppone ad ogni forma di arbitrio. E l’unica libertà veramente creativa è appunto quella che chiarisce quale sia il posto dell’uomo nell’organismo cosmico.
 III) LIBERTA’ – ovvero l’argomento principale del testo.
La libertà nasce da sé stessa.
Come detto precedentemente, le azioni dell’uomo non possono essere rinchiuse in alcun fondamento poiché non esiste realtà che non sia soggettiva.  L’essere perciò non è fondamento, né legge o vincolo ma LIBERTA’. L’uomo non è più una realtà compatta, univoca ma libera e complessa, analizzabile solo caso per caso.
La libertà però implica sé stessa. Cosa significa? Che non può essere negata a nessuno. Quando neghiamo la libertà agli altri, stiamo racchiudendo la verità, la realtà a una sfera personale, stiamo imponendo la nostra visione al prossimo. Questo atto si chiama “esercizio di tracotanza”. È negare la verità al singolo, è applicare nuovamente dei paletti mentali che, com’è ovvio che sia, sono deleteri per la pacifica convivenza degli uomini.
 IV) Pareyson individua nella Genesi alcuni momenti chiave dell’imporsi condizione umana sul mondo e del significato della sua esistenza:
La libertà si afferma come elemento primario, come inizio di tutto. È avvento di Dio, la libertà è Dio. È il principio originario dell’esistenza del cosmo. Essa è principio senza fondamento. Gli atti di Dio sono arbitrali perché si fondano sul principio di auto imposizione.  Auto imponendosi come sé stesso, Dio compie il primo atto di libertà senza fondamenti. Egli è libero di Essere, così come lo sono tutte le sue creature.
Auto imponendosi, però Dio pratica la non scelta. Cioè, esclude, o per meglio dire preclude la sua scelta di non-esistere. Questo perché compiere una scelta esclude inevitabilmente tutte le altre possibilità. Quante volte riflettiamo a mente fredda su un nostro comportamento e sulle conseguenze che sarebbero avvenute se noi avessimo agito diversamente? Questa, per Pareyson, è l’esclusione dell’alternativa in seguito non solo all’auto affermazione, ma a tutte le scelte che noi compiremo nell’arco della nostra esistenza.
La divisione tra Bene e Male è chiamata ESCATOLOGIA.
Dio stesso, con la sua LIBERTA’ DIVINA di Essere, già rifiuta la possibilità del Non Essere, cioè di rinunciare alla Creazione del Tutto. Dunque Dio rifiuta il Male originario, perché rifiuta l’atto del nulla, dell’Abisso. Nella sua scelta di Essere, Dio cancella il Male, lo vince. Il Male e il Nulla esisteranno solamente come possibilità, ma non più come fondamenti inesorabili.
Ma se il Male può essere una possibilità comunque, questo significa che l’uomo può ridestarlo, trasformando la possibilità del Male in realtà (in questo modo negando la libertà dell’auto affermazione degli Esseri Viventi).
Quindi per Pareyson Dio non è creatore del Male, è un’entità del Bene assoluto. Malgrado ciò egli è autore del male per il semplice motivo di  aver dato la possibilità all’uomo di attuarlo. Senza la possibilità del male, Dio avrebbe negato la libertà dell’uomo, circoscrivendo la sua libertà a dei fondamenti. Per Dio, è meglio che esista la libertà del Male (vinto, ma non annientato) che l’imposizione del Bene. Dunque Dio è origine del male, ma solo l’uomo ne è fautore.
La storia dell’uomo è un continuo duello tra le forze contrapposte del Bene e del Male, originate dalle sue scelte. Sono forze sempre in tensione, sebbene una prevalga sempre sull’altra poiché Scelta Originaria di Dio (l’auto affermazione).



Dal male dell’umanità nasce la Sofferenza.
La sofferenza è la punizione, o meglio la conseguenza, della libertà di cui l’uomo è stato dotato. Ma nella sofferenza esiste uno spiraglio di Bene che è l’espiazione. Il valore della sofferenza è dato dalla espiazione del Cristo, ovvero il simbolo della partecipazione divina alla sofferenza dell’uomo. La solidarietà è infatti la forza che permette la redenzione dell’umanità dalla sofferenza. Dunque la sofferenza di Cristo è condivisione di Dio per le pene dell’uomo, è il suo messaggio per dirgli che egli “non è solo” davanti alla tracotanza. Questo significa che la scelta umana del Male può essere vinta, ma solo grazie a un contributo divino.
Il “pensiero tragico” di Pareyson è proprio questo: l’uomo afferma la tragicità della sua esistenza attraverso l’esercizio del male. La realtà del Male si afferma con l’affermarsi dell’uomo. Dunque l’uomo non può fare altro che accettarlo, traendo la forza nella sofferenza, che lo avvicina a Dio e gli permette di vincere la presenza del Male attraverso l’espiazione.
La libertà umana e divina non ha limiti. La libertà umana presuppone quella divina. Non è vincolata alle necessità (fondamento). La vera libertà, la libertà pura è inconciliabile con la necessità, perché la necessità spinge al Male degli uomini, all’egoismo.
Dio non può scontrarsi con le scelte dell’uomo, non può interferire, altrimenti negherebbe la scelta degli uomini si autoregolamentarsi. Da qui capiamo che Dio si impone un limite, quello di non poter scegliere il Male. L’uomo invece non ha questo limite, e lo sceglie. La sofferenza porta l’uomo alla positività. La Sofferenza è destino dell’uomo, è la pena all’espiazione per aver scelto il Male. Il dolore vince il peccato. La religione cristiana, al contrario delle altre religioni, punta a dare un significato alla sofferenza, dice che essa è destino dell’uomo. Per questo motivo, la Sofferenza porta al segreto dell’essere.
Del dolore ne parla tantissimo quello che Pareyson considera il più grande filosofo russo, Dostoevskij. Il noto romanziere parla spesso, in ambito esistenzialista, del pensiero tragico della sofferenza. Lo notiamo quando descrive di uomini portati al Male, inclini alla tracotanza, che ne suoi romanzi sono spesso coloro che tirano le redini del destino mondo. C ‘è una sorta di fatalismo nell’uomo Dostoevskij che porta inizialmente a pensare al dramma umano come qualcosa di portato alla decadenza totale, alla tragicità esasperata (l’Abisso assoluto). Ma come in Pareyson, esiste la speranza anche nei suoi romanzi. Speranza narrata attraverso il dolore, all’espiazione dei personaggio, come in “delitto e castigo”, in cui il protagonista commette un omicidio e ne conviverà  con il dolore del rimorso per tutto il resto della sua esistenza. L’uomo Dostoevskij scandaglia nei recessi dell’anima, e lo fa da un punto di vista filosofico, profondo; i suoi “eroi” sono in verità idee personificate, idee radicalizzate e alle volte molto contrastanti le une con le altre.  Ecco da dove è partita l’idea della LIBERTA’ TRAGICA di Pareyson, del DOLORE (la BELLEZZA= la grande cura è l’Arte) come ESPIAZIONE (via che conduce alla redenzione del peccato) per il Male dell’uomo.
V) In questo capitolo Pareyson afferma di essere partito dal mito biblico per formulare il suo pensiero, ma di non essersi limitato ad esso. Egli infatti tenta di formulare dei significati validi universalmente, sia per credenti che non. Non si tratta di avere fede o no per poter comprendere i suoi concetti sull’esistenza umana in quanto tale, al dì là delle scelte spirituali della persona che tenterà di comprenderli. Più che religione, egli infatti si rifà al mito della storia dell’uomo, che nelle sue discrepanze e nelle sue interpretazioni riesce comunque a contenere un filo di logicità in tutto il suo percorso esistenziale. Solo la rivelazione in chiave mitologica dischiude l’essenza di Dio.

Un riassunto di TEORIA DELLA FORMATIVITA’


La teoria di Pareyson è molto semplice. Egli sostiene che l’artista debba inventare il modo di fare l’opera d’arte solamente nel momento stesso in cui la sta facendo. Solo in questo modo egli riuscirà ad avere una comunicazione con il Divino e potrà essere un DEMIURGO. FARE è esprimere, l’Opera è la perfetta sintesi tra intuizione e ragione.
Lo stile unico con cui è fatta un’Opera d’Arte si sa riconoscere tra migliaia di altri. Come poter fare ciò?
Tutta la vita dell’artista deve essere posta sotto il segno della formatività: pensieri, riflessioni, azioni, costumi ecc…
La formatività, il “fare” l’Opera, richiede pensiero e moralità. Lo Stile è determinato dal tipo di spiritualità dell’artista, ma si nutre anche della storia della sua civiltà, del suo tempo, che si riflette nell’irripetibilità dell’Opera.
Il “modo di fare” lo si può trovare solo “facendo” l’Opera. Solo “facendo”, cioè formando l’Opera si può giungere a scoprire il “modo di fare”. L’Opera formata non è tale in quanto frutto di una serie di regole, bensì quando è riuscita, ovvero quando è riuscita a darsi una propria “regola” anziché seguirne una già prefissata. Fare l’opera significa quindi “fare” e “saper fare” insieme = fare inventando insieme il modo di fare.
La MATERIA
La scelta della materia con cui si farà l’Opera è libera. Questa scelta sarà però direzionata dall’intenzione formativa dell’artista, il quale adatterà la materia secondo le proprie intenzioni personali. L’artista saprà adattare la materia all’Opera trasformandone le resistenze in stimoli e suggerimenti. Lo stile con cui si modella l’opera s’inventa solo facendo l’opera, cioè personalizzando il modo di formare lo stile. La materia simboleggia la Fisicità, il modo di formare invece è la Spiritualità, e sono due forze indivisibili.

Il Pensiero di Schelling (con accenni all’opera “La filosofia dell’Arte”).
Un ritratto di Friedrich Schelling
 Schelling e Fichte hanno fondato l’idealismo estetico. Il pensiero di Shelling è motivato dalla sua ammirazione della natura. Per Shelling Dio è inteso come Natura, è cioè una divinità panteistica. Il Dio come Natura è un Dio personale e si rapporta alla persona come Singola Entità.
Prima di parlare del suo pensiero, devo dare definizione di che cos’è l’Assoluto, perché sarà un termine che comparirà spesso. Non è così intuitiva questa spiegazione perché l’accezione da vocabolario potrebbe trarre in inganno. In realtà c’è una spiegazione filosofica del vocabolo “assoluto” che spazia oltre al significato di “divinità”.
Sappiamo che non c’è una realtà universale. In realtà non è proprio così. Tutto è soggettivo, come ho detto precedentemente. Noi vediamo la realtà in base alle nostre esperienze personali, ai nostri stile di vita, al luogo dove viviamo, alle persone che ci circondano e che conosciamo, eccetera. Ma esiste una realtà comune? Possiamo intuire (attraverso le forme artistiche) che sono degli aspetti oggettivi nell’esistenza. A meno che non siamo dei pazzi, ci sono elementi su cui possiamo concordare all’unanimità, elementi che vanno oltre alla nostra mente. Questi concetti sono assoluti, così come è Assoluta la realtà che ne è la sostanza. Ecco il concetto di Assoluto, ovvero la realtà oltre la realtà personale, da non confondersi con una realtà formulata attraverso una concertazione comune, ma come una realtà sconosciuta e trascendentale ma accettabile da tutti come VERITA’. Si tratta di una realtà autonoma, non relativa, appunto assoluta.
L’Assoluto, secondo Schelling, non può essere colto con la ragione, ma può essere solo intuito esteticamente, ovvero attraverso l’arte.
NATURA
Natura e spirito sono per Schelling facente parte di un principio assoluto. Natura (che per Schelling è divinità dualistica) e mondo spirituale sono sostanza e mente del Dio schellinghiano. La natura è un insieme di forze infinite, e si comporta nei confronti dell’uomo con indifferenza. Ciò significa che nella natura lottano due forza contrapposte, cioè Bene e Male. I suoi fini possono quindi andare verso due direzioni: POSITIVITA’ o NEGATIVITA’.
La Natura negativa o non produttiva si oppone all’esistenza, è il Male.
SPIRITO
È per Schelling la coscienza della Natura. Esistono due comportamenti che può avere lo spirito:  lo spirito teoretico cerca di conoscere la Natura, si adegua ad essa, lo spirito pratico impone alla Natura di adeguarsi e di uniformarla a sé.


ARTE
Per Schelling l’arte è l’unico strumento che abbiamo per cogliere l’assoluto. Il Genio è colui che sa cogliere l’Assoluto perché attua in sé l’unione tra Natura e Spirito, ovvero coglie Dio. L’artista, di conseguenza, è l’unico vero filosofo che possa definirsi tale.
(Schelling in queste tesi intende ancora Dio come l’Assoluto, ma nella sua vita non sarà sempre di quest’idea)
IL GENIO= secondo Kant è il talento che dà la regola all’arte, esso proviene dallo spirito dell’uomo. La regola non è mai determinata prima della formazione dell’opera, essa proviene dal TALENTO dell’artista. Le categorie del Genio sono: Originalità e Esemplarità.
Nell’atto creativo, l’artista (il GENIO) il suo inconscio agisce sul suo conscio (il piano materiale, dell’universo, si fonde in quell’attimo con il piano spirituale) e per questo attraverso l’estetica l’artista di fa Dio e ne dischiude l’intuizione divina. Natura e Spirito si offrono in egual misura e nasce l’OPERA D’ARTE. Si tratta di uno scontro di forze che genera la comprensione per l’Assoluto.
La Natura è fisicità, lo spirito appartiene alla sfera dell’astratto, dell’invisibile.
L’uomo ha una dimensione estetica che si attua nel momento della formazione dell’opera, nell’atto creativo. Egli coglie gli aspetti rivelatori del processo estetico/artistico. L’artista si fa DEMIURGO, una sorta di semidio al servizio della creazione (che crea dal Nulla).



Non c’è esistenza senza creatività. L’uomo, in cui è presente una natura divina, è Creatore nel momento in cui svolge l’opera, ma solo se esiste un’armonia tra il suo essere uomo e la natura.  Dio si cela dentro ogni uomo, ma solo il Genio sa farlo apparire attraverso l’intuizione dell’opera d’arte. L’atto creatore è DIALOGO con la divinità. L’artista intuisce l’opera perché in lui abita il divino.  Dio, per autoaffermarsi nel mondo, ha bisogno dell’uomo e della sua arte. Allo stesso modo, l’uomo ha bisogno di Dio per intuire l’Assoluto.
La conoscenza del SUBLIME, prerogativa del Genio, porta con sé la rivelazione del BELLO, inteso come massimo grado dell’esperienza estetica. Bello perciò come la Natura stessa, che appare bella solo se è accompagnata dalla presenza dell’uomo.
L’anima bella è il requisito necessario che deve possedere l’artista per intrattenere il suo dialogo con il divino. Si tratta dell’armonia dello spirito con il cosmo. Prima della forma, la prima opera d’arte deve essere infatti la persona= l’estetica nasce prima di tutto dentro al nostro essere. La persona, quando si realizza come IO (la fusione ideale tra pensiero e corpo), diventa opera. Quando si parla di persona come opera, si intende tutta la sua esistenza. La bellezza va ricercata in ogni istante della sua vita, anche all’infuori dell’ambito artistico. Se così non è, l’artista non saprà imprimere l’opera della sua Spiritualità.
La corrente culturale del PERSONALISMO mette al centro la Persona, intesa come entità che può assurgere alla creatività e alla fantasia. Si contrappone all’INDIVIDUALISMO, che invece parla di individuo come di un’entità non divisibile dalla totalità del genere umano.
L’esperienza artistica, per i motivi sopraelencati, è anche un’esperienza religiosa e sacra.
Ma cos’è un’OPERA?
Un’Opera è il risultato di un processo che dal principio si attua nell’IO dell’Artista. L’opera è un organismo che ha vita propria nel momento in cui l’artista la dichiara “completa”, ed è irripetibile. L’Opera porta con sé dei valori unici, e deve avere una FORMA.
L’opera è il simbolo più alto dell’attività creatrice, è sacra. Quando a quest’opera si dà un prezzo, si desacralizza e non è più Opera d’Arte.
LA LIBERTA’
In Dio lottano le due nature contrapposte, principio oscuro e irrazionale (che si può manifestare, ad esempio, attraverso le calamità naturali), e principio positivo e razionale. Nell’uomo e nel mondo esiste lo stesso conflitto, perché c’è già in Dio che li ha creati. L’uomo è in grado di creare e distruggere, esattamente come la Natura.
La libertà è un atto artistico, perché scaturisce dal nulla e trascende l’essere.

mercoledì 22 agosto 2012

Books to Buy #2

Ciao followers e simpatizzanti del mio piccolo blog,
Come state? Siete stati in vacanza o come me avete lavorato fino al 18? Devo confessare che la scorsa settimana mi sono concesso un pò di mare per un paio di giorni, dove, com'è ovvio che sia, mi sono abbrustolito per bene.
Quali sono le novità interessanti? Be' recentemente ho ripreso in mano il romanzo, e sono riuscito a scrivere alcuni capitoli parecchio complessi. La buona notizia è che per completare la prima parte (eventualmente, a chi vorrà fornirmi un suo parere, sarò ben propenso di inviare il manoscritto) mancano solamente tre capitoli.
"Prima parte" per modo di dire, dato che il numero di pagine supera abbondantemente quello della media di un classico mondadori, perciò ho svolto un lavoro, come dire, corposo fin da ora. Appena riuscirò a revisionarlo e a correggerlo inizierò ad inviarlo a vari editori.
La brutta notizia è che di questi tre capitoli, due saranno abbastanza lunghi (prevedo 7000 parole ciascuno) e uno più corto (forse 2000 parole, nel migliore dei casi). Speriam bene! Il vostro supporto, come al solito, è sempre gradito.
Inoltre in questo periodo sto partecipando ad un concorso per racconti brevi in celebrazione della manifestazione lucchese, senza dimenticare che ne sto scrivendo un altro per un blog amico, Il Pozzo dei Sussurri, non meno importante (http://ilpozzodeisussurri.blogspot.it/).

Intanto, passiamo alle recenti acquisizioni della mia libreria:


Tortuga
di Valerio Evangelisti

Brossura 330 Pagine
Edizione:1
ISBN-10:880458338X
ISBN-13:9788804583387
Editore:Mondadori (Strade blu)
Data di pubblicazione:Nov 04, 2008

Nel 1685, i giorni dei pirati raggruppati nella confraternita detta dei Fratelli della Costa, obbedienti al re di Francia, sono contati. Luigi XIV ha fatto la pace con la Spagna e le scorribande dei filibustieri dei Caraibi, che hanno per base l'isola della Tortuga (La Tortue), sono diventate scomode. Un nuovo governatore ha preso possesso dell'isola e intende normalizzarla. È in questa situazione che un nostromo portoghese, Rogério de Campos, ex gesuita dal passato torbido, è catturato dal comandante pirata Lorencillo e arruolato a forza. Si trova a vivere tra gente sconcertante, dalla vita libera e indisciplinata e dalle imprevedibili esplosioni di crudeltà. Lentamente, Rogério è conquistato dalle regole a volte fraterne, a volte feroci, di quella comunità singolare. La sua è una progressiva discesa all'inferno - un inferno, però, fondato sullo scatenamento degli istinti, e a suo modo "democratico". La stessa Tortuga, covo della Filibusta fedele in teoria alla Francia, ha le apparenze di una repubblica, eppure si fonda sul più rigido schiavismo. Rogério, passato al servizio del tetro cavaliere De Grammont, partecipa all'ultima grande avventura dei pirati della Tortuga: la presa, sanguinosissima, della città di Campeche, sulle coste messicane. Unica luce, in quella conquista infernale, l'amore del portoghese per una schiava africana da cui lo stesso De Grammont è attratto. Sarà l'episodio che volgerà il viaggio di ritorno in tragedia. Tra abbordaggi, episodi di ferocia, momenti di cameratismo, su vascelli sovraccarichi in cui il sangue si mescola al sudore, una percezione tormenta Rogério. Nel Mar dei Caraibi si sta fondando una nuova società. Sì, ma quale? La fine della Tortuga a cosa prelude?

La storia e le tematiche sono forti, in questo romanzo di Evangelisti, che così a pelle mi ricorda un pò lo stile di Jesse Bullington, anche se spero meno inconcludente di quest'ultimo. Mi piacciono i temi oscuri ed adulti, e non ho lo stomaco debole per le scene di "cattivo gusto" come certa gente che, prima di comprare questo tipo di libri non s'informa a sufficienza sul loro contenuto e poi si va a lamentare perchè ne è rimasta traumattizzata (che tra l'altro è una cosa che vedo un pò difficile con un libro). Spero solo che la fiducia sia ben riposta. E poi, diciamocelo, la copertina è una figata.





Il Re d'Inverno
di Bernard Cornwell

Paperback 392 Pagine
ISBN-10:8804528745
ISBN-13:9788804528746
Editore:Arnoldo Mondadori (Oscar Bestsellers)
Data di pubblicazione:Jan 01, 2003

Il grande Uther, re della Dumnonia, è morto. Come erede ha lasciato un bimbo di pochi mesi, nato nel cuore dell'inverno, debole e inerme: il nipote Mordred. Solo Artù, generoso guerriero, potrà proteggerlo dalle forze avverse e condurlo al regno. Solo lui potrà opporsi con la magica spada all'assalto dei Sassoni da oriente. Ma quando il valoroso reggente rifiuta un matrimonio di Stato per inseguire la bella Ginevra, la guerra con i vicini della Dumnonia si fa inevitabile. Dentro la Britannia la forza si raccoglie su Excalibur perla prima sfida. Con Il re d'inverno ha inizio l'avvincente saga del Medioevo celtico, magica e avventurosa.

Nonostante il ciclo arturiano che non sono mai riuscito ad apprezzare, so che di Cornwell ci si può sempre fidare. Poi, per gli amanti di Martin, è uno scrittore da non lasciarsi scappare data la somiglianza di stile e di tematiche.



L'Arciere del Re
sempre del mio amico Bernard Cornwell

Brossura487 Pagine
ISBN-10:8850203829
ISBN-13:9788850203826
Editore:TEA
Data di pubblicazione:Jan 01, 2003

Siamo a metà del XIV secolo e l'Europa è minacciata da spaventosi venti di guerra: Francia e Inghilterra stanno infatti per scatenare la guerra dei Cent'anni. Il villaggio del giovane Thomas Hookton è stato saccheggiato dam ercenari bretoni capitanati dall'Harlequin, misterioso cavaliere franco. Figlio naturale del prete del villaggio, ucciso durante il saccheggio, Thomas promette a Dio di recuperare la santa reliquia di San Giorgio, la lancia con cui il santo uccise il drago. È un voto che porterà il giovane molto lontano: protetto solo dalla sua integrità, e da una straordinaria abilità con l'arco, affronterà un mondo nuovo abitato da feroci cavalieri, donne belle ma pericolose, principi e sovrani vendicativi.

Si tratta del primo volume della trilogia del Santo Graal, una delle più riuscite dello scrittore inglese. Da come mi è parso di capire Thomas è un personaggio spiacciato a Nick Hook, dell'Arciere di Azincourt, ma va be'. La caratterizzazione non è mai stata una prerogativa di Cornwell ma noi gli vogliamo bene lo stesso.

Cloni. In ogni storia che si rispetti si rivelano sempre più un problema che una soluzione.



Il Magico Regno di Landover
di Terry Brooks

Brossura 378 Pagine
Edizione:1
ISBN-10:880437649X
ISBN-13:9788804376491
Editore:Mondadori
Data di pubblicazione:Jan 01, 1993

Il magico regno di Landover è il primo libro di una trilogia fantastica, imprevedibile e avvincente come le precedenti avventure della serie di Shannara. Ben Holiday compera il regno di Landover, popolato da fate e maghi come promette l'annuncio pubblicitario per Vip della terra, per diventarne il re saggio e lungimirante. Ma la realtà che l'aspetta è ben diversa: il paese è in rovina, i poveri contadini sono disperati, i baroni non vogliono riconoscere il nuovo re, un drago devasta le campagne e un demone sottopone Ben a prove malvagie. Senza amici fidati, con un mago di corte pasticcione, un cane parlante come infido scrivano e una donna-albero, Ben riuscirà comunque, alla fine, a diventare re. 

Brooks sembra aver scritto una fiaba molto originale, lontano dal polpettone di Shannara. Almeno in questa storia lo scrittore non si prende troppo sul serio. Hei, ma quello in copertina non è Gandalf?


Notte Buia, Niente Stelle
di Stephen King

Copertina rigida419 Pagine
Edizione:1
Editore:Mondolibri su licenza Sperling & Kupfer
Data di pubblicazione:Apr 01, 2011

Un agricoltore uccide la moglie e la getta in un pozzo. La sua colpa? Voler vendere un lotto di terra ricevuto in eredità. "La terra è affare dell'uomo, non della donna." Siamo in Nebraska nel 1922.Tess scrive gialli "rassicuranti", popolati da vecchiette che giocano ai detective. Una sera, viene aggredita e stuprata da un misterioso "gigante". Creduta morta e lasciata in un canale di scolo, sopravvive e medita vendetta. Streeter, bancario malato di cancro, incontra il Diavolo nelle fattezze di un venditore ambulante. L'affare che conclude decide la sorte del suo migliore amico, colpevole di avergli rubato la ragazza tanti anni prima. Due anni dopo le nozze d'argento, Darcy scopre che suo marito custodisce in garage un segreto. Un fiume di pazzia scorre sotto il prato fiorito del loro matrimonio. Che fare? Tirare avanti come prima o cercare una via d'uscita? I quattro nerissimi romanzi brevi raccolti in questo libro parlano di donne uccise, seviziate o comunque "rimesse al loro posto". È in corso, nel nostro Occidente, una guerra contro "l'altra metà del cielo". La combattono maschi frustrati, impauriti, resi folli dalla perdita del loro potere. Come in Dolores Claiborne e altri capolavori, Stephen King esplora la psiche di donne forti che non accettano i soprusi e, quasi sempre, trovano la propria rivalsa. Che non coincide per forza con un "lieto fine". . Un King ai massimi livelli, per la prima volta tradotto da Wu Ming 1, che ce lo restituisce in una forma nitida e folgorante.

Che dire, Stephen King è Stephen King. E io, ai cattivi finali, non riesco mai a dire di no.

L'arte della guerra
di Sun Tzu

Brossura107 Pagine
ISBN-10:881700975X
ISBN-13:9788817009751
Editore:Rizzoli (BUR, Classici Blu)
Data di pubblicazione:Oct 01, 2006

Un uomo morto, la via del paradosso, la legge dello sforzo inverso. Duemila anni prima di Machiavelli, un militante filosofo afferma che la strategia è l'affare più importante dello Stato. Che l'inganno è il principio della tattica. Che l'apparenza di debolezza è la via della vittoria. Che il guerriero più forte è colui che è già in sé morto. Un trattato di arte militare cinese antichissimo, eppure così attuale. Un libro amato da grandi personaggi della storia, da Napoleone a Mao Tse-tung. Una voce dalla remota epoca delle "primavere e autunni" per moderni samurai.

Un classico che non poteva mancare nella mia libreria scricchiolante. Di sicuro la filosofia orientale della guerra mi aiuterà a trovare nuovi stimoli nella mia ricerca di trame sempre originali e dai risvolti costantemente al di là di ogni previsione.

Ciao e alla prossima!


giovedì 2 agosto 2012

Recensione: Mangiatori di morte

Titolo italiano: Mangiatori di Morte
Titolo originale: Eaters of the Dead: The Manuscript of Ibn Fadlan Relating His Experiences with the Northmen in A.D. 922
Autore: Michael Crichton
Anno:  1976
Genere: falso storico


«Non dir bene del giorno finché non è venuta sera; di una donna finché non è stata bruciata; di una spada finché non è stata provata; di una ragazza finché non si è sposata: del ghiaccio finché non è stato attraversato; della birra finché non è stata bevuta.» (proverbio vichingo)

Ecco la mia prima recensione su di un’opera letteraria, perciò siate comprensivi se ho scelto un libretto con un esiguo numero di pagine come questo. Premetto che le mie saranno delle recensioni brevi: farò una specie di analisi su quello che mi è piaciuto e non mi è piaciuto e alla fine darò un giudizio personale.
Letto in poco più di un giorno, il romanzo o meglio una ricostruzione quasi romanzata del manoscritto di Ibn Fadlan, si presenta nella sua versione italiana (quella che ho io, perlomeno)con una copertina poco attraente e il nome dello scrittore espresso in grandi caratteri (giustamente è famoso e una operazione del genere è normalissima). Il soggetto, quello che vogliono farci passare per un simbolo evocativo che dovrebbe ricondurre all’atmosfera mitologica norrena o chessò io, è piccolo ed insignificante e non rievoca nulla. Come lo chiamo io, uno sgorbio messo lì tanto per. Il pantheon simbolico norreno è molto più affascinante.

La storia è quella che Crichton vuole farci passare per la ricostruzione del manoscritto, o meglio dei manoscritti che ricostruiscono le esperienze del viaggio di un musulmano del X secolo nelle terre scandinave e le sue esperienze con alcuni popoli nordici di quel periodo. L’idea è interessante anche se non particolarmente geniale sotto il profilo dello stile, ed è chiaro il fatto che l’autore insista fino alla fine con la farsa quando risulta perfino palese il suo intento (fino alla bibliografia alla fine del libro, dove cita pure il Necronomicon di Lovercraft!) che la sua sia una mera documentazione, con tanto di citazioni a piè di pagina dove mette in dubbio l’attendibilità alcune frasi riportate nel testo.

Il Necronomicon.
Per una lettura spensierata e tranquilla prima della buonanotte.



Il manoscritto di Ibn Fadlan esiste veramente, ma è solo un resoconto di quest’ultimo e delle sue esperienze con il popolo nordico della Rus, e comprende solo tre capitoli.

Il dignitario di Bagdad, chiamata anche all’epoca Città della Pace, parte per una missione diplomatica per il suo califfo nelle lontane lande della Bulgaria. Durante il viaggio l’uomo viene catturato da una tribù nordica e costretto a fare parte di una missione pericolosa in qualità di “tredicesimo guerriero”. Infatti, nella tradizione vichinga il numero tredici è di buon auspicio,ma per possedere tali peculiarità profetiche il membro in questione deve essere necessariamente uno straniero in terra nordica.

Lo scopo della missione non è molto chiaro, all’inizio: nella bruma si nasconde un popolo di mostri, che attacca i villaggi e massacra la popolazione quando questa si abbassa. Le loro fattezze sono ignote, dato che questi si portano via i cadaveri dei compagni caduti durante le scorribande a costo di perire loro stessi. Ovviamente i nostri eroi dovranno fermare questi nemici misteriosi una volta per tutte e salvare il loro clan.


-E' giunto il tempo di banchettare nel Valhalla
-Io non posso, questo mese c'è il ramadan.

Mi è piaciuto per:
-il punto di vista di Ibn, che spiega con gli occhi di un arabo del suo tempo la cultura norrena, e la mette in relazione con la sua. Belli sono gli scambi di battute tra lui e i dodici guerrieri, soprattutto quando il tema della discussione è quello divino o religioso. Ognuno ha un’opinione sostanzialmente diversa e discordante l’una dall’altra. Ibn è musulmano, i norreni sono ancora sotto l’influsso della cultura pagana, e quindi politeisti convinti. Alla fine della storia nessuno riuscirà a far cambiare credenza all’altro, però la controversia si rivelerà motivo di crescita per entrambe le parti.
-il mito del Beowulf reinterpretato e adattato alla storia come eroe postmoderno. Mancano Grendel e la mammina affettuosa, ma in compenso ci sono avversari più verosimili alla realtà storica o quasi (adattati però per l’occasione a motivo di presunte controversie storiche), le cui “macabre” abitudini consistono nel cibarsi delle cervella –e non solo- dei propri nemici come dei veri e propri mostri.
-Non è una lettura storica impegnativa come potrebbe sembrare. I dettagli sono interessanti e quasi mai noiosi. Le nozioni antropologiche sul popolo vichingo sono curiose e non banali.

 Non mi è piaciuto per:
-Finale aperto. Sarebbe una nota positiva, se solo l’autore ne avesse dato un seguito!
-lo stile pesantemente raccontato. Lo so, l’effetto è voluto per aumentare l’impressione della storia tratta dal manoscritto, ma non mi ha coinvolto perché non c’è pathos. Se avesse avuto solo alcune parti riferite al manoscritto all’inizio di ogni capitolo la lettura sarebbe stata molto più trascinante.
-il clou dell’azione si risolve in poche e sbrigative pagine. Le battaglie sono poco cruente. Mancanza in parole povere di buona e sana epicness.
Peccato non esistano opere romanzate sui vichinghi migliori di questa, che io sappia. Se Crichton l’avesse reso più lungo, con una prosa più descrittiva, di conseguenza meno asettica, più show e mooolto meno tell, avrebbe anche potuto essere un capolavoro degno di nota.
Del libro è stato tratto anche un film, “il tredicesimo guerriero”. Un film che ho visto due volte ma non ricordo molto bene. Di certo si ispira poco al libro, perché le tradizioni vichinghe mostrate dal film sono state tutte deturpate dalla sceneggiatura molto politically correct e poco “Fuck Hell !! I will go to Valhalla” come avrebbe dovuto essere stata (anche se alcune battute sono e rimangono epiche a prescindere).

«Ci sono cose che un uomo può soggiogare, nessuna spada può uccidere, nessun fuoco bruciare, e queste cose sono le foreste.»
«Come fai a saperlo?» dissi.
Allora rise e disse: Voi arabi volete che ci siano sempre delle ragioni per ogni cosa. Il vostro cuore è come un gran sacco che scoppia di ragioni.»
Io dissi: «A voi non interessano le ragioni?»
«Non servono a niente. Noi diciamo: Un uomo dovrebbe essere moderatamente saggio, ma non troppo, perché altrimenti conoscerebbe in anticipo il proprio destino. L’uomo la cui mente è più libera da preoccupazioni non conosce in anticipo il proprio destino.»

"Ecco là io vedo mio padre, ecco là io vedo mia madre e le mie sorelle e i miei fratelli, ecco là io vedo tutti i miei parenti defunti, dal principio alla fine. Ecco, ora chiamano me, mi invitano a prendere posto in mezzo a loro nella sala del Valhalla, dove l'impavido può vivere per sempre".

Giudizio: 3/5
A presto!

martedì 31 luglio 2012

I Predatori dell'Abisso: alcuni personaggi

 Questo post illustrerà brevemente alcuni dei personaggi che posseggono un punto di vista esclusivo all'interno del romanzo che sto lentamente (ma mooolto lentamente) scrivendo. Si tratta di un low-fantasy arricchito da pennellate profondamente horror, ma conoscendomi sarà molto difficile categorizzarlo entro un genere definito.
 
Eleres
 
Ravenhair, di Tracyjb
 
Estratto:

Il Cavaliere senza macchia né paura. Era un concetto che lo affascinava parecchio da fanciullo, e forse anche ora. Ma in quel momento non aveva in mente la purezza di quell’insegnamento e gli ideali di suo padre. Il suo unico pensiero era rabbia per l’orgoglio ferito, e poi voleva assolutamente recuperare il simbolo di quell’orgoglio. Si sarebbe preoccupato in seguito se, uccidendo quell’uomo, sarebbe passato anche lui dalla parte dei cattivi. Non si era mai sentito un codardo, né lo sarebbe stato in quel frangente.

Eleres è un ragazzo sulle cui spalle cade la pesante croce della responsabilità. Non la vorrebbe, e malgrado tutto è costretto ad accettarla, seguendo il destino che il padre ha deciso per lui. Ciò che segretamente desidera è disfarsene, slegarsi dalla sua predestinazione come si trattasse di una soffocante catena. Forse lo farà, ma non è detto che ciò  si rivelerà un bene.
Spesso è molto meglio sognare, che svegliarsi.

È un personaggio abbastanza passivo: una foglia lasciata in balia del vento impetuoso degli eventi. Libero, forse, ma pur sempre un piccolo mortale capace solo di seguirne il flusso.

 

Lisca di Pesce

Estratto:

I suoi sogni erano irrealizzabili, lo sapeva. Era una certezza con cui doveva fare conti fin dal primo giorno in cui aprì gli occhi. Ma i sogni erano pur sempre sogni, e come tali essi avrebbero potuto essere i più grandi e magnifici che un uomo avesse l'ardire di inventare. Non c’erano tasse da pagare per poter sognare. E soprattutto, non c’erano limiti ai propri desideri. Nessuno ti costringeva scegliere, si poteva arraffare senza render conto ad alcuno qualunque cosa l’immaginazione permettesse.

Lisca di Pesce è un fortunato caso di self made character, ovvero un personaggio che è nato dal nulla, fuoriuscendo di prepotenza tra una frase e l'altra durante la fase di stesura dei primi capitoli del romanzo.
Lisca di Pesce, in arte Lisca, è lo sfortunato incrocio tra una creatura magica e una donna umana, poco altro si conosce del suo passato. Di certo posso dire che Lisca abbia un carattere a dir poco ardente, che compensa in qualche modo la sua bassa statura da gnomo. Appartiene infatti a quel particolare genere di personaggi che io definisco fazione dei grigi: né buoni né cattivi, questi individui semplicemente approfittano delle occasioni che vanno a crearsi per mezzo di altri al fine di poter trarre il massimo vantaggio personale.
Non posso negare che mi diverta un sacco a scrivere con il punto di visto di un tipo singolare come Lisca. Possiamo definirlo la parte più sottilmente egoista di me. Ma anche la più ironica (non che le due cose siano in qualche modo connesse).

 

Ci sono scrittori che non conoscono l'ironia, o non sono in grado di creare personaggi ironici senza rischiare di ridurli in macchiette banali. Credo che se in certi libri non ci fosse stato l'individuo che, anche davanti alla prospettiva di una situazione pericolosa, fosse stato capace di vederne anche l'aspetto più ambiguo e che fosse in grado di rimarcarlo con il suo pungente ironismo (in parole povere che vedesse il lato comico della situazione), certe storie non sarebbero state altrettanto speciali, o perlomeno ciò le priverebbe di quel retrogusto meno classico e senza dubbio interessante. All'interno della mia storia non potevo anche io resistere alla tentazione di inserire un personaggio del genere, nonostante i toni oscuri (e dalle tinte vagamente horror) in cui la vicenda lentamente digraderà.



Dailus
 
Estratto:

Malgrado però il suo vizio e le sue quarantasei primavere, si sentiva ancora in grado di combattere perché, anche se sapeva di non possedere più la velocità e la forza di un tempo, poteva ancora contare sulla sua lunga esperienza, qualità più determinante in uno scontro. Era grazie a questa che nessun ragazzetto, per quanto abile con le armi e in ardore di dar prova delle proprie capacità, non avrebbe mai potuto batterlo. O almeno questo era ciò che si ripeteva continuamente davanti al boccale.

Dailus, è il primo personaggio che affronta temi completamente estranei a quelli di altri personaggi, come quello della vecchiaia e tutti i problemi conseguenti al suo intercedere, il riscatto dell'esperienza sul vigore della giovinezza, l'oscuro e il non troppo scontato dilemma se tradire i propri ideali  in favore del proprio benessere oppure agire per il contrario, scegliendo così una vita difficile e segnata dalla miseria, ma con la certezza di essere riuscito a mantenere il proprio morale integro e puro (più o meno).
Già, perchè Dailus ha trascorso una vita di eccessi e di ebrezza, la cui svolta dovuta all'entrata di una donna che definire femme fatale è usare un eufemismo; insomma una vita costellata da violenza, alcol, morte e sesso.


 
Ma la il vero fulcro della storia di Dailus è quella del suo riscatto personale, il suo cercare qualcosa per cui valga la pena di lasciarsi alle spalle tutti gli errori del passato; una morte, forse più onorevole della vita che ha vissuto, in cui rendere gli oltraggi del tempo perduto per pochi secondi di gloria.
Ci riuscirà, o fallirà nell'impresa?

 Taraneh
 
L'attrice Seychelle Gabriel,
al cui volto mi sono ispirato per creare il personaggio di Taraneh
 
Estratto:
 
Taraneh strinse le braccia attorno al corpo. Non aveva più bisogno di capricci perché sua madre non avrebbe più potuto udirli. Aveva perso per sempre quella tanto agognata attenzione che le scongiurava di avere per lei ogni volta che si comportava male. «Allora verrò. Farò ciò che sarà possibile, se questo ti farà felice. Diventerò un’Alta Sacerdotessa, se questo è il mio destino, se l’ishintas di mia madre ha visto tale futuro per me, allora lo accetterò. Non ci sarà più gioia nel mio cuore, e se da quando ci siamo conosciute hai riconosciuto dei rari momenti in cui il sorriso sulla mia bocca era sbocciato, cerca di serbarlo nei tuoi ricordi come un dono prezioso. Quei momenti cesseranno di esistere, per me, Darya. D’ora in avanti farò tutto ciò che mi dirai, ma non chiedermi la felicità. Il mio cuore ne sarà arido e desolato.» 
 

 

Vetranius

 Estratto:
 
"La fortuna, i dadi, il destino. Tutto è già stato scritto…"

Non posso rivelare ancora molto di questo personaggio, avendo scritto al momento solamente due capitoli narrati attraverso il suo punto di vista. Posso però dire che si ritaglierà il suo spazio nella storia in seguito a quanto ho scritto nel romanzo fino ad ora. Per ora si tratta di un personaggio dalle buone potenzialità.
Dunque Vetranius, uomo di mondo, nato e cresciuto tra povertà e miseria in una decadente e lurida città marittima. Il padre marinaio gli ha trasmesso fin da bambino un vizio duro a morire, un indesiderato compagno che, dopo averlo conosciuto, Vetranius non sarà più  in grado di resistergli. Parlo del gioco d'azzardo.
 Il gioco, assieme al rischio della scommessa, la sensazione di stare costantemente ad un passo dal fallimento saranno il motivo principale di conflitto che muoverà il filone narrativo di questo strano personaggio. Il suo percorso sarà pericoloso quanto quello che sarebbe  se camminasse su un filo di un coltello (alternativa a questo: la morte) disseminato di ostacoli apparentemente impossibili da superare. Anzi, direi che una simile allegoria ben si adatterà al futuro di Vetranius, visto che sarà proprio il suo “vizio” a metterlo nei guai con la giustizia…